Axel Munthe (1857–1949) è uno di quegli spiriti singolari difficili da rinchiudere in una sola definizione. Medico svedese di fama, scrittore di successo, convinto umanista, amante delle arti e degli animali, incarna una figura profondamente libera e anticonformista del suo tempo.
All’incrocio tra scienza e umanesimo, Nord e Sud, luce mediterranea e ombre dell’Europa di fine secolo, Axel Munthe è tutto questo insieme: un medico impegnato con i più poveri a Napoli durante l’epidemia di colera, un discreto confidente di teste coronate, un difensore degli animali in anticipo sul suo tempo, un sognatore che fece di una rovina romana ad Anacapri un capolavoro di armonia e bellezza.
La sua opera, la storia di San Michele, bestseller mondiale e testimonianza letteraria unica, mescola ricordi, riflessioni, incontri e visioni mistiche in un racconto che, come il suo autore, sfugge a qualsiasi classificazione. Ma chi era veramente Axel Munthe? Dietro il medico di corte, lo scrittore di successo e l’esteta, si nasconde un uomo in cerca di verità, di silenzio, di luce, e forse, di consolazione..
Breve biografia
Nato a Oskarshamn, nel sud-est della Svezia, iniziò studiando medicina a Uppsala per due anni, poi problemi di salute (in particolare emorragie polmonari) lo portarono a interrompere gli studi a Uppsala.
Nel 1876 si recò sulla costa azzurra per curarsi. Fu lì che il suo destino cambiò: una visita a Capri in quell’anno fù l’inizio del suo profondo legame con l’isola dove avrebbe poi costruito la Villa San Michele.
Nel 1877 partì molto giovane per studiare medicina a Parigi, presso la prestigiosa Facoltà di Medicina della Sorbona.

A Parigi, Axel Munthe non si limitò agli anfiteatri. Frequentava caffè letterari, circoli intellettuali e salotti di artisti, dove si incontravano scrittori, pensatori, scienziati e medici innovatori. In un’epoca segnata da grandi dibattiti sociali e scientifici, la medicina si focalizzava sempre più sull’umano: non si trattava più solo di curare malattie, ma di prendersi cura della persona nella sua totalità, con compassione, ascolto e attenzione all’ambiente.
Questo nuovo approccio, ancora marginale di fronte a una medicina spesso tecnica e autoritaria, risuonò profondamente in lui. Munthe fu particolarmente influenzato dalle idee di pensatori come Victor Hugo ed Émile Zola, le cui opere denunciavano miseria, ingiustizia sociale e ipocrisia borghese. Si avvicinò agli ideali repubblicani e laici, promuovendo uguaglianza, libertà di pensiero e il dovere morale di aiutare i più deboli — valori che si radicarono profondamente nella sua etica personale. Si aprì così a una forma di spiritualità libera, non dogmatica, nutrita da filosofie antiche, misticismo dolce e un profondo rispetto per la natura (quasi innato per uno svedese).
Questa miscela di rigore scientifico e ricerca interiore plasmò una personalità unica e atipica: né solo medico, né solo scrittore, ma uomo di coscienza. Presto si fece una reputazione di medico audace, intuitivo e profondamente umano, capace di diagnosticare e curare con un’acuità quasi istintiva. Infine, Munthe era un vero poliglotta — parlava svedese, francese, inglese, italiano e tedesco — e viaggiava incessantemente tra le grandi capitali europee. Visse e lavorò soprattutto a Parigi, Roma, Napoli, Londra… ma il suo cuore rimase sempre legato a Capri.
Medico nel cuore delle epidemie e amante del Sud
Nel 1880 Axel Munthe si stabilì a Napoli. Si trovò a fronteggiare uno dei periodi più oscuri della storia sanitaria della città: la grande epidemia di colera del 1884, un’esperienza allo stesso tempo traumatica e formativa per lui. Giovane medico, si impegnò volontariamente per i più poveri, nei quartieri più colpiti, nei rioni popolari, spesso malsani. Curava senza nulla aspettarsi in cambio, talvolta in condizioni estreme.

Questa esperienza, dura ma formativa, rafforzò la sua vocazione umanista e segnò profondamente il suo rapporto con la medicina — che vedeva più come un atto di compassione che come una scienza fredda. Nel 1929 pubblicò il suo capolavoro,
Il libro di San Michele (The Story of San Michele), racconto autobiografico, filosofico e poetico, che divenne un successo mondiale. Tradotto in più di 40 lingue, consolidò la sua notorietà letteraria, trasmettendo la sua visione della vita: libera, semplice, connessa alla natura e all’essenziale.
Medico e confidente della regina Vittoria di Svezia
Una delle sfaccettature meno conosciute e più affascinanti della vita di Axel Munthe è il suo ruolo di medico personale e confidente della regina Vittoria di Baden, moglie del re Gustavo V di Svezia. Affetta da problemi respiratori cronici, la regina trascorreva regolarmente lunghi periodi a Capri, dove il clima è più mite. Era lì, alla Villa San Michele, che soggiornava sotto le cure attente di Munthe.

Ma il loro rapporto andava ben oltre il quadro medico: Vittoria e Axel Munthe erano legati da una profonda amicizia e reciproca fiducia, amavano passeggiare insieme al mattino e lei suonava il pianoforte per lui, cosa che valse a Munthe un posto unico nei circoli reali. Rimase al suo servizio fino alla sua morte, nel 1930, e sebbene questa vicinanza abbia suscitato pettegolezzi e controversie a corte, testimonia soprattutto il magnetismo intellettuale e umano che esercitava.
Vittoria condivideva l’amore di Munthe per gli animali — possedeva un cane da compagnia e contribuì al suo progetto di acquistare il monte Barbarossa per farne un santuario per uccelli. Già quando viveva a Napoli, Munthe era noto per aver raccolto cani randagi o feriti, cosa non comune all’epoca. Denunciava i maltrattamenti verso cavalli e asini nelle strade della città. La vicinanza tra la regina e Munthe suscitò persistenti voci su una loro relazione sentimentale — anche se nessuna prova fu mai formalmente stabilita. Lei lo vedeva come una “bella luce” nella sua vita oscura, e sul letto di morte gli avrebbe sussurrato “Vieni presto” — un’immagine commovente della profondità del loro legame.
L’eredità di Munthe: una villa e un libro
La Villa San Michele
Situata ad Anacapri, sulle alture dell’isola di Capri in Italia, la Villa San Michele fu costruita per volontà di Munthe alla fine del XIX secolo sulle rovine di una vecchia cappella dedicata a San Michele. Per Axel Munthe, la Villa San Michele non era solo una casa, né un semplice luogo di villeggiatura. Rappresentava il compimento del suo sogno interiore, un rifugio per l’anima, una comunione con la natura, la bellezza e soprattutto la testimonianza viva dei suoi valori.

In questo senso, la villa è davvero il suo testamento — non un documento legale, ma un’opera vivente, donata al mondo. Munthe orchestrò la decorazione della villa: statue antiche, colonne romane, mosaici, oggetti d’arte che fece restaurare o salvare dall’oblio, ogni oggetto ha il suo posto non per ricchezza, ma per amore del passato, dell’arte e della memoria. Attraverso questa villa trasmette anche il suo profondo rispetto per gli esseri viventi, umani o animali. È un luogo aperto, rivolto agli altri, dove l’élite intellettuale si mescola alla benevolenza.
Scrisse:
«La mia casa deve essere aperta al sole, al vento e alla voce del mare, come un tempio greco, e chiara come una vetrata gotica.»
Alla sua morte, Munthe non lasciò una fortuna, ma una casa con un’anima. La donò alla Svezia, e oggi è un luogo di cultura, incontro e memoria. Questo dice molto: voleva che questo luogo continuasse a ispirare, accogliere, trasmettere. In sostanza, la Villa San Michele è il testamento di un uomo libero, medico, esteta e umanista.
La storia di San Michele
La storia di San Michele, pubblicato nel 1929, va ben oltre una semplice autobiografia. È un vero testamento letterario, spirituale e filosofico di Axel Munthe. In questo racconto frammentato, fatto di ricordi, aneddoti, riflessioni e sogni scritto in inglese benché fosse svedese, Munthe traccia non solo il ritratto della propria vita, ma anche quello del suo ideale di uomo e medico.
Non è un’autobiografia lineare: i fatti sono trasformati dalla memoria, dallo stile e dalla meditazione personale. Questa sfumatura volontaria tra finzione e realtà rafforza la dimensione senza tempo e meditativa dell’opera. Munthe difende con vigore i valori dell’umanesimo medico: l’ascolto del paziente, l’importanza della compassione, il rifiuto della medicina puramente tecnica o disumanizzata. Critica le gerarchie sociali e le ingiustizie sanitarie. Per lui, essere medico significa prima di tutto essere al servizio dell’umano, nella sofferenza così come nella dignità. Il suo amore per gli animali, la sua sensibilità per la natura e il suo rifiuto della crudeltà (soprattutto verso gli uccelli migratori che cercò di proteggere a Capri) testimoniano un umanesimo ampio, sensibile e precursore.

Già malato durante la stesura del libro (soffriva di problemi di vista e la sua salute era in declino), Munthe vi depose le sue ultime convinzioni, le sue rabbie, le sue speranze, ma anche i suoi dubbi e la sua solitudine. Il libro di San Michele si può leggere come una lunga lettera d’addio, un testamento letterario in cui l’autore tenta di trasmettere ciò che ha capito del mondo: la bellezza, la sofferenza, la fragilità e la forza dello spirito.
Axel Munthe si spense l’11 febbraio 1949, all’età di 91 anni, a Stoccolma, in Svezia, con in tasca, si dice, un biglietto di sola andata per Capri. Un giornalista italiano scrisse che Axel Munthe teneva sempre un biglietto per Capri in tasca, affermando che «anche morire è diverso a Capri». Questa immagine poetica e rivelatrice illustra quanto l’isola fosse a lui cara, come una destinazione eterna e quasi spirituale. Quasi cieco da anni, fisicamente indebolito, si era ritirato dalla vita pubblica, ma restava una figura rispettata, soprattutto nei circoli reali svedesi.
Oggi la villa continua ad accogliere visitatori da tutto il mondo, e il suo libro continua a emozionare generazioni di lettori. Insieme formano un’opera completa: la pietra per l’ancoraggio, la parola per la memoria.
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