Dall’autunno 2022, con l’arrivo al potere di un governo di destra sostenuto dai Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna, SD), l’idea di un “kulturkanon”, o “canone culturale” — una selezione ufficiale di opere rappresentative della cultura nazionale — è tornata a emergere nel dibattito pubblico svedese. Promossa dai Democratici Svedesi - SD (e ormai inserita nell’accordo di governo noto come Tidöavtalet (accordo di Tidö), questa proposta ha l’obiettivo di definire ciò che costituisce il cuore della cultura svedese, stabilendo una lista di opere letterarie, musicali, cinematografiche, visive o architettoniche ritenute fondamentali.
Il ministro della Cultura Parisa Liljestrand (Moderati) ha confermato nel 2023 la volontà di avviare questo processo, ispirandosi ad esempi esteri e affidandolo a un comitato multidisciplinare di esperti. L’implementazione di un progetto simile solleva interrogativi profondi: quale cultura vuole promuovere la Svezia? A chi è rivolto questo canone? E con che finalità? Perché, se da un lato il Kulturkanon si propone come strumento di trasmissione e coesione nazionale, dall’altro alimenta preoccupazioni circa una possibile strumentalizzazione politica o una visione esclusiva dell’identità svedese.

Questa idea si inserisce in un contesto più ampio in cui valori, simboli e narrazioni nazionali sono al centro dei dibattiti su immigrazione, integrazione, laicità e unità sociale. In una Svezia storicamente caratterizzata da una politica multiculturale aperta, la promozione di un canone culturale ufficiale suona come una svolta ideologica: occorre ora insegnare una cultura svedese comune, e se sì, quale?
Il termine Kanon (dal greco antico kanôn, canone, che significa “regola” o “modello”) richiama l’idea di gerarchia e selezione di opere ritenute esemplari, degne di essere trasmesse di generazione in generazione. Se i programmi scolastici hanno sempre operato delle scelte culturali, la creazione di un canone nazionale formale presuppone una decisione pubblica esplicita, sostenuta dalle istituzioni dello Stato.
Breve storia
Tuttavia, l’idea di un “kulturkanon” non è del tutto nuova nel Nord Europa. Affonda le sue radici in esperienze straniere, in particolare in Danimarca e nei Paesi Bassi, dove è stata sperimentata in contesti politici differenti.
In Danimarca, nel 2006, sotto il governo liberale-conservatore di Anders Fogh Rasmussen, con il sostegno del Partito Popolare Danese (DF), il ministro della Cultura Brian Mikkelsen ha avviato un “canone della cultura danese”. L’obiettivo è chiaro: definire che cosa sia l’eredità culturale danese per trasmetterla meglio, soprattutto alle nuove generazioni e alle persone provenienti da comunità immigrate. Il progetto, composto da liste di opere di varie discipline (letteratura, cinema, musica, arti visive, ecc.), ha suscitato forti dibattiti: si tratta di una legittima valorizzazione del patrimonio o di uno strumento di esclusione culturale? Sebbene sia ancora utilizzato nell’insegnamento, il canone danese oggi è relativamente poco istituzionalizzato.

Nei Paesi Bassi, un tentativo simile prende forma anch’esso nel 2006, con l’elaborazione del Canon van Nederland (Canone della Storia Olandese), per iniziativa della ministra dell’Istruzione Maria van der Hoeven (CDA – Partito Cristiano-Democratico), in un contesto di governo di centro-destra guidato da Jan Peter Balkenende. Questo canone mira a creare per gli studenti una base comune di conoscenze storiche. Meno contestato del suo omologo danese, ha tuttavia conosciuto un’istituzionalizzazione più marcata, specialmente nei programmi scolastici. Ancora oggi, fa parte integrante dell’insegnamento primario e secondario nei Paesi Bassi.

Nel 2025, è la volta della Svezia di prendere in considerazione l’istituzione di un Kulturkanon nazionale. Ma in un paese in cui la cultura è stata a lungo percepita come uno spazio pluralista, inclusivo e fondamentalmente progressista, questa proposta solleva interrogativi importanti: cosa si vuole canonizzare, per chi, e con quali obiettivi politici?
Quali benefici per un Kulturkanon svedese?
L’idea di istituire un Kulturkanon in Svezia suscita grande interesse e si basa su diversi argomenti che risuonano in modo particolare nel contesto attuale del paese.
Innanzitutto, questo progetto nasce dalla volontà di trasmettere la cultura. In una società sempre più diversificata dal punto di vista etnico, linguistico e sociale, si tratterebbe di offrire alle giovani generazioni una base comune di riferimenti culturali. Questa base condivisa permetterebbe non solo di comprendere meglio la storia e i valori del paese, ma anche di creare uno spazio di scambio e dialogo tra le diverse componenti della popolazione.
In secondo luogo, un Kulturkanon mira a valorizzare il patrimonio culturale nazionale. La Svezia dispone di una ricca eredità, che comprende la letteratura (da August Strindberg a Selma Lagerlöf), la musica (dal classico al pop), l’architettura, le arti visive e il cinema. Troppo spesso ignorati dal grande pubblico o oscurati dalla dominante cultura anglosassone, questi capolavori meriterebbero maggiore visibilità, sia a livello nazionale che internazionale. Un Kulturkanon potrebbe quindi fungere da vetrina e strumento di promozione della cultura svedese, e renderla più accessibile e attrattiva.

In terzo luogo, questo strumento potrebbe diventare una leva importante per rafforzare la coesione sociale in un paese segnato da fratture sempre più profonde. Geografiche, con un divario crescente tra le grandi metropoli e le zone rurali; economiche, con disparità tra le classi sociali; e identitarie, in una società confrontata a tensioni legate all’immigrazione e all’ascesa dei populismi. Proponendo una cultura comune, riconosciuta e valorizzata, il Kulturkanon offrirebbe un punto di riferimento simbolico, un « cemento » culturale capace di rafforzare il senso di appartenenza a una comunità condivisa.
Infine, l’aspetto pedagogico è al centro delle motivazioni dei promotori del progetto. In un sistema educativo che fatica talvolta a integrare pienamente la cultura nazionale nei programmi scolastici, un Kulturkanon rappresenterebbe uno strumento concreto per gli insegnanti. Fornirebbe loro un quadro strutturato e accessibile, facilitando l’insegnamento delle grandi opere e tradizioni culturali svedesi. Sarebbe anche un mezzo per garantire una certa continuità culturale tra le generazioni, arricchendo al contempo i dibattiti su identità e diversità.
In sintesi, il progetto di un Kulturkanon svedese si colloca all’incrocio tra sfide educative, culturali e sociali. Mira a coniugare rispetto del patrimonio e apertura, rispondendo al contempo a esigenze contemporanee di coesione e riconoscimento collettivo. Ma, come ogni progetto che unisce cultura e politica, solleva anche questioni delicate, tra valorizzazione legittima e rischi di normalizzazione o esclusione.
I rischi e le critiche: tra strumentalizzazione politica ed esclusione culturale
Il progetto di Kulturkanon , se da un lato attira alcuni per la sua ambizione di valorizzare il patrimonio nazionale, non è unanimemente accettato. Al contrario, suscita critiche vivaci e preoccupazioni, soprattutto negli ambienti culturali, accademici e politici. Sono diversi i rischi principali evidenziati.
Il primo è quello della strumentalizzazione politica. Molti temono che questo Kulturkanon possa diventare uno strumento al servizio di un’ideologia nazionalista. L’iniziativa è infatti largamente percepita come una concessione alle pressioni del partito dei Democratici Svedesi, noto per la sua retorica xenofoba e il suo progetto politico esclusivo, che promuove una visione ristretta e omogenea dell’identità svedese. Per questi critici, un canone culturale ufficiale potrebbe dunque servire a rafforzare un discorso identitario statico, escludendo ogni espressione considerata «altro» o non conforme a questo modello.

Questo pericolo di esclusione rimanda a un secondo punto sensibile: la riduzione della diversità culturale. La Svezia è oggi una società multiculturale, in cui convivono non solo popolazioni di origine immigrata, ma anche minoranze nazionali come i Sami o i Finlandesi, senza dimenticare le comunità queer e altri gruppi marginalizzati. Tuttavia, in un quadro «nazionale» rigido, quale spazio viene dato a queste voci plurali? I detrattori temono che un Kulturkanon troppo rigido marginalizzi questi patrimoni, relegandoli in secondo piano o peggio, cancellandoli. La cultura, lungi dall’essere un blocco monolitico, è un mosaico vivo e in movimento, e la tentazione di ridurla a un catalogo fisso suscita qualche preoccupazione.
Un’altra critica ricorrente riguarda la natura stessa della cultura e la pertinenza di fissarne alcuni aspetti, dato che nel Kulturkanon svedese è stata stabilita una sorta di regola dei 50 anni di anzianità per poter figurare nella lista. Eppure la cultura, per definizione, evolve, si trasforma, si mette in discussione. È dinamica, in movimento, e riflette le tensioni, i dibattiti e le trasformazioni di una società. La canonizzazione, attribuendo uno status quasi sacro a certe opere o autori, rischia di cristallizzare questi elementi in una temporalità fissa, relegando al silenzio altre voci, altre storie che invece meriterebbero di essere ascoltate. Questo approccio potrebbe contribuire a una lettura sterile e uniformata del patrimonio culturale, incapace di coglierne la ricchezza e la complessità.

Infine, l’istituzionalizzazione di un Kulturkanon solleva anche la questione della libertà artistica. Definendo una norma ufficiale, esiste il rischio che artisti, istituzioni culturali o educatori percepiscano una forma di pressione implicita ad adeguarsi a tali criteri, a scapito della creatività, dell’innovazione e della pluralità delle espressioni. Questo quadro normativo potrebbe, a lungo termine, limitare la libertà di esplorare, contestare o inventare nuove forme artistiche, trasformando la cultura in un terreno normato piuttosto che in uno spazio di emancipazione.
Così, dietro la promessa di un’eredità culturale comune e valorizzata, il progetto di Kulturkanon solleva dibattiti essenziali sulla natura stessa della cultura, il suo posto nella società e il suo rapporto con la diversità e la libertà. Queste critiche alimentano una riflessione necessaria, che dovrà accompagnare ogni processo di elaborazione di un simile canone, pena il rischio di farne uno strumento più divisivo che unificante.
Verso un Kulturkanon svedese: quali opere potrebbero entrare nel pantheon culturale?
Mentre la Svezia contempla la creazione di un Kulturkanon, una raccolta ufficiale delle opere maggiori che hanno forgiato l’identità culturale del paese, le discussioni vertono già sulle figure e creazioni imprescindibili che potrebbero farne parte.
In letteratura, nomi emblematici ricorrono sistematicamente. Selma Lagerlöf, la prima donna premiata con il Nobel per la letteratura, si impone con il suo Meraviglioso viaggio di Nils Holgersson, un racconto al tempo stesso poetico e radicato nel folklore svedese. August Strindberg, pilastro del teatro realistico, segna profondamente anche la scena letteraria. Senza dimenticare Astrid Lindgren, la cui maliziosa Pippi Calzelunghe incanta ancora grandi e piccoli.
Sul versante musicale, il canone oscillerebbe tra romanticismo e pop internazionale. Wilhelm Stenhammar, compositore romantico, incarna l’eleganza classica, mentre ABBA e Roxette, vere icone mondiali, ricordano la vitalità della cultura pop svedese.

LLe arti visive non sono da meno, con Carl Larsson, i cui dipinti ricordano la vita tradizionale svedese, e Hilma af Klint, pioniera dimenticata dell’astrattismo, oggi oggetto di una rinascita internazionale.
Sul piano architettonico, lo stile Jugendstil svedese e figure come Ragnar Östberg, creatore del municipio di Stoccolma, costituiscono un prezioso patrimonio architettonico, mentre le creazioni contemporanee di Gert Wingårdh assicurano la continuità di una tradizione inventiva.
Nel cinema, impossibile ignorare Ingmar Bergman, monumento della settima arte a livello mondiale, o Roy Andersson, la cui opera singolare continua a interrogare lo spettatore.
Infine, la dimensione culturale nordica si esprime anche attraverso tradizioni viventi come il canto pastorale sami, il kulning (canto pastorale svedese), o i racconti ancestrali delle minoranze finno-svedesi.
La prospettiva di un Kulturkanon in Svezia illustra perfettamente le tensioni contemporanee che attraversano la società svedese: tra desiderio di coesione e pluralità culturale, tra trasmissione di un’eredità e apertura alla diversità.
La listq completa è da consultare qui
Questo progetto, se può costituire una leva formidabile per valorizzare e far conoscere la ricchezza del patrimonio nazionale, solleva anche questioni fondamentali sulla definizione stessa di cultura e sui rischi di esclusione.
Nel momento in cui il paese affronta sfide sociali, economiche e identitarie di grande portata, il Kulturkanon potrebbe servire da riferimento comune, un punto d’ancoraggio simbolico capace di rafforzare il senso di appartenenza collettiva. Ma per avere successo, dovrà superare le logiche partigiane e inserirsi in un dialogo aperto, inclusivo ed evolutivo, che riconosca la molteplicità delle voci e delle esperienze che compongono la Svezia di oggi.
In sintesi, l’istituzione di un canone culturale nazionale non deve essere un fine in sé, ma piuttosto un processo dinamico, capace di coniugare rispetto del passato e sguardo verso il futuro — un invito a pensare la cultura non come un’eredità fissa, ma come un terreno vivo di scambi, invenzioni e reinvenzioni permanenti.
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